E’ difficile spiegare a parole quanto gli eventi possano incidere sulle tue azioni quotidiane. Quando arrivammo a Pattaya conoscevamo poco o niente della località se non per i classici motivi: il mare accessibile e il turismo sessuale.

Pattaya, difatti, vive grazie al turismo 365 giorni l’anno. Un turismo fatto di sesso, un sesso disinibito e strettamente legato al soldo come merce di scambio. Pattaya era poco più di un villaggio di pescatori e furono gli abitanti della capitale thailandese e gli americani che, dopo la guerra del Vietnam, si riversavano sulle coste di Pattaya per riposare o meglio ancora, divertirsi.

Pattaya, però, non è solo questo. Non molto distante dal centro della città vi trova spazio la Take Care Kids, una piccola fondazione privata italo thailandese riconosciuta come tale nel 2010 ma nata nel 2006 in seguito al tragico maremoto che coinvolse grossa parte della Thailandia, di cui è presidente Giorgio Juergen Lusuardi.

 

Come definire Giorgio?

 

Giorgio ama il mondo e ama confondersi nelle culture. E’ una persona che ha studiato e non ha intenzione di placare la sua fame di conoscenza. E’ un giornalista con alle spalle lavori per giornali del Trentino Alto Adige, per l’Espresso, ha seguito vicende in Australia proseguendo per il sud est asiatico, luogo che ha contributo a cambiare radicalmente la sua vita.

Ed è qui che la volontà di cambiare le situazioni, la volontà di contribuire attivamente è prevalsa su tutto anche sulla paura.

E’ cominciato con un intervento di volontariato presso un orfanotrofio di Pattaya per poi continuare autonomamente a donare aiuto a chi ne aveva bisogno, donando un pacco di riso ad un bambino che non mangiava da giorni, che viveva sotto un ponte dove sniffava colla.

 

Dopo quell’azione ne sono seguite tante altre che lo hanno portato a fondare Take Care Kids. Un posto creato con l’intento di risollevare bambini da situazioni difficili dal punto di vista economico e sociale, riportando così un sorriso anche sui volti più cupi.

 

Un luogo che è stato finalmente riconosciuto agli inizi di quest’anno 2018 come Casa Famiglia e non più come rifugio anche se continuare a definirlo Shelter rimane sempre familiare per loro. La sensazione che si prova quando entri a contatto con loro è avvolgente e immediata. Predominano il benessere e la trasparenza. Alla base di tutto, ciò che spinge e mette in moto il lavoro che compiono costantemente, giorno dopo giorno è la lotta per donare un sorriso, contribuire ad una serenità duratura, salvare il salvabile dove possibile e arricchire un futuro di possibilità e crescita a chi ha avuto un passato terribile segnato da soprusi a livello mentale e fisico segnando inevitabilmente il loro presente.

Un binomio di sfruttamento e povertà che non lascia spazio a ripensamenti, a momenti silenziosi in cui riflettere. Ogni attimo è essenziale come ogni bambino/a di etnia, cultura, religione differente sia, con la sua storia è differente e al contempo di preziosa valenza.

Perché non si tratta solo di dare da mangiare o portare dei vestiti puliti a questi bambini. Si tratta di contribuire al loro futuro. Si tratta di alimentare quella speranza, quella piccola speranza che è presente in ogni singolo essere umano. Ed è proprio quella speranza che alimenta progetti simili, progetti come quello di Giorgio.

Attualmente all’interno di questa tana vi trovano spazio 14 anime salvate, bambini di età che varia dai 4 agli 11 anni di etnie differenti. Sotto lo stesso tetto, a differenza di altre associazioni, vivono cambogiani, birmani e thailandesi. Convivono senza problemi, senza pregiudizi, dove l’unico linguaggio parlato è quello dell’amore e della spontaneità.

 

La loro allegria, la loro divampante energia, la loro semplicità racchiusa nei loro piccoli gesti è la lampante dimostrazione di come un lavoro pulito, dedito e impegnativo viene condotto esclusivamente per il benessere dei bambini.

Giorgio, insieme al suo staff e a Maria, volontaria attiva dagli inizi insieme a lui, colonna portante dell’associazione e “mamma” dei bambini, tolgono costantemente da situazioni allarmanti e disagianti quegli stessi bambini che hanno vissuto pesanti momenti durante la loro vita.

Come Sprite, una bambina di 4 anni con entrambe i genitori in carcere per droga o come Kao, anche lui di 4 anni, il quale, in seguito agli atteggiamenti violenti da parte del padre nei confronti della madre, la costrinse a rivolgersi alle autorità e a lasciare Kao e i suoi tre fratelli sparsi in diverse associazioni.

C’è Chompoo, di origine birmana, che a causa della pazzia della madre si ritrovò a vivere con lei al tempio e grazie all’intervento dei monaci, accorsero i servizi sociali per prendersi cura della piccola.

Ci sono Sun Sun di 6 anni e Jing Jing di 8 anni, fratelli cambogiani i quali vivevano nello slum e successivamente allontanati e portati alla Casa Famiglia a causa di presunte molestie ai danni di Jing Jing.

Oppure la piccola Fai Sai di 5 anni, abbandonata dalla madre e lasciata al padre perennemente assente e alla nonna alcolizzata e assuefatta di colla. L’iperattività di Fai Sai comportava pesanti percosse quasi come se fosse un giusto e adeguato modello comportamentale da seguire.

O bambini sfruttati dalle stesse famiglie con l’intento di mantenere tutti i membri come May: una bambina di 7 anni che dopo essere stata tolta alla famiglia, venne mandata dalla nonna che però non riteneva necessario mandarla a scuola obbligandola così a lavorare per mantenere la famiglia.

Esistono anche quei casi trattati in cui il bambino oltre ad avere un disagio psichico presenta un disagio fisico come nel caso di Ploy. Ploy è una bambina thailandese di 11 anni che da 2 anni abita qui nella Casa Famiglia. La madre scappò lasciando la bambina nelle mani del padre che a sua volta, per motivi di denaro, abbandonò a degli estranei.

 

Ciò che doveva risultare come un’amorevole attenzione si trasformò in maltrattamenti verbali e fisici e, non con assoluta certezza, sessuali. Tutt’ora Ploy presenta dei parametri cognitivi e comportamentali non adeguati alla sua attuale età. Difatti la sua età cerebrale è ferma ai tre anni e i suoi disturbi del sonno, la scarsa capacità d’attenzione e d’apprendimento fan sì che frequenti una scuola speciale, dove non si sente diversa dai suoi compagni e può stare al loro passo senza problemi. A primo acchito Ploy sembra vivere nella sua bolla emozionale, dissociata completamente da ciò che la circonda.

 

Una condizione però, che riesce a farla vivere serenamente e, con un po’ di timidezza iniziale nei confronti di chi la conosce da poco. Una sorta di “anestesia empatica” che va a sciogliersi, a svanire non appena prende confidenza, esattamente come tutti i bambini.

 

Ci sono inevitabilmente storie più dure da digerire, quelle storie che non vorresti ascoltare o peggio, che quando ti ci ritrovi in mezzo non ti capaciti di come siano potute accadere.

Ci sono storie che parlano di bambini come Nat, di 8 anni per metà turco che all’età di 2 anni venne lasciato a casa da solo ad accudire il fratellino di soli 6 mesi. Ovviamente le ripercussioni a livello fisico e psicologiche non mancarono così da far intervenire in un primo momento gli assistenti sociali dandolo alle cure della Take Care Kids. Successivamente, gli zii di Nat lo presero in custodia portandolo a Pukhet facendosi però ritrovare dalla madre che lo portò nuovamente via. Lì, i soprusi peggiorarono in quanto la madre di Nat, non riuscendo a gestire la sua iperattività, ricorreva all’utilizzo della frusta o dell’incatenamento al collo del bambino come metodo educativo. Nat presenta tutt’oggi disturbi dell’attenzione ed una chiara incapacità di distinguere lo sbagliato dal giusto, dal male al bene.

Ci sono storie che raccontano di come le tratte umane esistano. Storie che raccontano di una bambina di nome Fah e del suo piccolo fratello di4 anni, Mek frutto di un’avventura di una notte della madre e che fortunatamente venne intercettato ed in seguito salvato da Giorgio durante una tratta umana al fine di venderlo. Mek oggi presenta un ritardo cognitivo a causa degli abusi d’alcool e di droga da parte della madre durante la gestazione.

Come in tutti i contesti, esistono tante storie dal passato drammatico e difficile da dimenticare ma ci sono anche storie dal risvolto positivo.

C’è Neung, una ragazza di 15 anni che ha vissuto per molti anni alla Take Care Kids con i quali è rimasta, ancora adesso, in stretto contatto. Per lei, la Take Care Kids è come una seconda famiglia, una tana, un luogo sicuro, un punto di riferimento.


Neung, di nascita birmana ma thailandese d’adozione, ha i genitori che soffrono di alcolismo, specialmente il padre il quale manifesta pesanti reazioni fisiche nei confronti della figlia. Riuscire ad evadere da una situazione del genere e concentrarsi sullo studio ed eccellere non è sempre scontato. Così Neung scelse quella strada raggiungendo ad oggi, grazie ad una sponsorizzazione da parte di una famiglia italiana, l’opportunità di accedere ad una prestigiosa scuola internazionale cambiando radicalmente le sue prospettive future.

Un futuro in cui non si sarebbe mai proiettata ma che grazie ai suoi costanti impegni e all’aiuto da parte dello staff di Take Care Kids, Giorgio e Maria, le ha permesso di Rinascere.

Una rinascita colma di soddisfazioni, lontano da “scappatoie” facili e molto spesso legate alla strada, al turismo sessuale e alla droga.

L’importanza di salvare qualcuno e di poterlo far rinascere, di poter contribuire ad una perpetua serenità è l’obiettivo di Giorgio e della sua fondazione.

Rimanere una piccola e modesta fondazione, rimanere trasparenti e dediti alla completa disposizione di tutti non è da sottovalutare.

Viviamo troppo spesso in un mondo fatto di menzogne, situazioni poco chiare in cui il denaro è la chiave per tutto, in cui la corruzione è sempre dietro l’angolo e dove dietro ad ogni apparente e gentile sorriso c’è sempre una storia che merita di essere raccontata.

Infatti la Fondazione, oltre ad occuparsi del recupero sociale e fisico dei bambini, si occupa di giovani madri come la mamma del piccolo Tanwan, un bambino cambogiano di soli 3 mesi, colpito dalla sindrome di Prader Willy, una malattia genetica forse dovuta anche a causa dell’assunzione, durante la gestazione, di farmaci antiepilettici. Perché oltre ad avere bisogno di cure il bambino, ha bisogno di cure la stessa madre che soffre di epilessia.

Si offrono anche di aiutare mensilmente alcune famiglie cambogiane che vivono nelle zone limitrofe alla Casa Famiglia; si provvede inoltre ai bisogni primari quali cibo, vestiti e per i più piccoli si ricava anche qualche giocattolo che vengono donati direttamente dagli stessi membri della Fondazione tramite aiuti da parte di volontari, all’interno degli Slum abitati per lo più da cambogiani e birmani, nelle periferie di Pattaya.

 

Sono tutte situazioni che si potrebbero ignorare facilmente ma chi come Giorgio non vuole rimanere con le mani in mano e diventare parte attiva del cambiamento stesso, ottiene questo meraviglioso risultato.

A volte basta davvero poco per cambiare positivamente la vita di una persona. Si inizia comprando un pacco di riso ad un bambino che patisce la fame sotto un ponte e si arriva ad ottenere i risultati dell’associazione di Giorgio tramite passione, impegno e trasparenza. E’ un gesto che chiunque di noi, in ogni parte del mondo può fare. Gesti semplici ma essenziali.

Ma chi di noi è davvero disposto a farlo?

 

Se vuoi sapere di più su Giorgio Lusuardi e il lavoro svolto dalla Take Care Kids o vuoi aiutare in prima persona, tramite donazioni, puoi visitare la loro pagina Facebook, e inoltre puoi recarti al loro seguente indirizzo www.takecarekids.org , dove troverai tutte le informazioni necessarie di cui hai bisogno.

 

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