Pechino tra grattacieli e mascherine.

Dopo aver lasciato Moron e la nostra famiglia ospitante, eccoci di nuovo a bordo di un bus che ci accompagnerà per circa 12 ore fino ad Ulan Batoor. Tra pit-stop e riposini in posizioni strategiche sui sedili ecco, con il sorgere del sole, rivedere la capitale e il suo traffico perenne.

 

E’ proprio grazie a questo fiume di macchine che ci facciamo trasportare verso Angalan, la stazione ferroviaria: aiutati da una simpatica signora mongola che parla un po’ di francese e un po’ di inglese, scopriamo che per arrivare al confine cinese esiste un treno che parte ogni pomeriggio alle 17:35 (della durata di 12 ore) in direzione Zaminh-uud, una piccola cittadina che si trova sul confine mongolo, tutto questo al prezzo di soli 16 euro in due in hard-sleeper! No, non possiamo perdercelo e quindi, insonnoliti ed esausti aspettiamo il treno.

 

Puntuale come sempre, saliamo su quella che è la continuazione della transiberiana ovvero la transmongolica; sembra di esser tornati ad un mese e mezzo fa: il bollitore d’acqua calda all’inizio del vagone, la signora addetta alla manutenzione del vagone, i letti con già tutto l’occorrente necessario per affrontare la notte e tre simpatiche ragazze che appena hanno incrociato il nostro sguardo non hanno perso tempo, offrendoci frutta e vodka: che simpatico binomio!

 

La serata trascorre piacevolmente tra risate, foto dei propri figli e party condivisi tra domande di ogni genere un po’ in inglese e un po’ in mongolo. Il dolce e meccanico cullare inizia a renderci appesantiti dal sonno e, preso posto sulle nostre cuccette, ci lasciamo avvolgere da questi suoni e da questi nuovi momenti pensando a come sia stato bello l’ultimo saluto da parte di questa terra vasta e incontaminata.

Il mattino dopo, carichi come molle, arriviamo a Zaminh-uud dove neanche il tempo di capire chi siamo e cosa vogliamo, veniamo richiamati da quelli che sono i “taxisti” che attraversano il confine mongolo e di conseguenza quello cinese. Il nostro driver, che chiameremo amichevolmente Dundee per il look selvaggio, si accinge a portarci verso la sua Jeep, cambiando tre volte la macchina. La jeep in questione è scassata, probabilmente chissà di quale periodo storico, ma non ha perso il suo fascino avventuroso. Questo ammasso ferroso è pronto a scortarci fino al confine cinese e noi ne siamo elettrizzati! Dopo aver concordato con lui il prezzo per portarci oltre il confine cinese (7euro in due) iniziamo a capire come le procedure d’arrivo e l’accettazione ai vari pit-stop risultino sempre lunghi.

File di jeep si estendono per almeno 1 km, tutti i driver sembrano impazziti, chi più incavolato, chi meno, cercano di sorpassarsi l’uno con l’altro tra una strimpellata di clacson e l’altro con scarso risultato. Noi, tra una risata e l’altra, riconosciamo l’ufficio del confine mongolo e con zaini e zainetti ci prepariamo ad uscire dal paese. Scopriamo che per uscire devi pagare una tassa in quanto straniero di 1,75 euro: il motivo reale non lo sappiamo, paghiamo un po’ esasperati da questa situazione e con il timbro d’uscita salutiamo la Mongolia risalendo sulla jeep.

 

Neanche due km dopo ecco fermarci nuovamente: il confine cinese ci attende, un check ai bagagli, qualche sorriso e finalmente ecco il terzo timbro. L’euforia è alle stelle, ancora increduli pensiamo a come abbiamo attraversato due differenti paesi solo via terra.

 

Ripresi i bagagli giungiamo a Erlian, il primo paese della Cina dove andiamo alla ricerca di un bus per Pechino. Dopo aver contrattato sul prezzo, concordiamo sui 50 euro in due su uno sleeper bus che ci porterà lì in circa 12 ore.

Lo sleeper bus ci è familiare, ci ricorda le numerose tratte compiute in Vietnam. La disposizione dei letti, le scarpe da mettere rigorosamente nei sacchetti di plastica, il tutto contornato dalla compagnia di 3 nuovi simpatici ragazzi di UB, amanti della musica metal e di Romina Power e Celentano con cui ci intratteniamo per un paio d’ore condividendo progetti futuri e passioni in comune.

 

La stanchezza dei tre giorni di viaggio si fanno sempre più sentire e così, accompagnati da un sussulto e l’altro del bus, ci corichiamo stremati al nostro posto, chiudendo gli occhi e immaginando chissà quali avventure ci aspettano.

L’idea che c’eravamo fatti di questa città era di una località caotica, affollata, mal gestita e introversa; invece è tutto all’avanguardia: qui i giovani come noi sono più interessati alla musica che a Mao e al comunismo, gli slogan rivoluzionari hanno ceduto il posto a brand famosi, ai turisti e a questa smania ossessiva per il telefono che li isola da tutto il resto circostante.

 

Ci dirigiamo verso la nostra prima attrattiva che caratterizza Pechino: la città proibita, la residenza che ha ospitato dal 1400 due delle più grandi dinastie cinesi, estesa per ettari rivelandone la sua immensità. Immensità contraddistinta anche dai fiumi di persone. Sono tantissimi, folle infinite di turisti cinesi provenienti da altre zone. Si perché qui è più il turismo cinese che quello occidentale ad imperversare le mete turistiche.

 

La cosa che ci colpisce di più è che loro probabilmente essendo in così tanti hanno una concezione di spazio differente dalla nostra e così li rivediamo accalcati nelle code, per strada, durante le visite, uno addosso all’altro e di conseguenza addosso a noi ma senza “invadenza”. 

 

Una volta superato questo senso di soffocamento ed esserci abituati alla massa, il gioco è fatto! Purtroppo però, sarà per i tour operator che si urlano e superano a vicenda, non riusciamo a coglierne appieno la magia e l’energia che invade questo luogo così antico e mistico.. anche il turismo ha il suo rovescio della medaglia!

Stanchi dalle ore passate in piedi ad aspettare e a districarsi tra i fiumi di persone ecco che giungiamo, finalmente, allo street market negli Hutong, dove le leccornie fanno capolino in ogni angolo di questi piccoli e stretti vicoli. Qui è un paradiso culinario: i yangrou chuan(spiedini di carne), i you yu (spiedini di calamari), i da xia (spiedini di gamberoni), il chou doufu ovvero il tofu stagionato che riesci a riconoscere a metri di distanza per via del suo odore puzzolente. Come non assaggiare i bingtanghulu, dei spiedini di frutta caramellata infilzata su uno stecco che Matteo mi regala per festeggiare il mio compleanno. Che prelibatezze! Esplosioni culinarie continue ci portano a dirigerci verso Joe, il nostro nuovo host che ci ospita per un paio di giorni a Pechino.

Joe ha 28 anni, insegna hip hop in differenti scuole pur di incrementare il suo salario, ricavando allo stesso tempo del tempo per se stesso che impiega studiando inglese e spagnolo. E’ intelligente, spigliato, simpatico e carico di vita e ci racconta di come vorrebbe partire per andare ad esplorare nuovi continenti mettendosi alla prova.

 

Condivide con noi anche spiacevoli ricordi amorosi come se fossimo dei suoi vecchi amici con cui confidarsi. Ci ricorda che niente accade per caso, quasi fosse mosso tutto da un filo impercettibile e sorridendoci, ci dice che è contento di averci conosciuto.

 

Andiamo a dormire così felici e stanchi pensando che siamo fortunati a essere circondati da persone di questo genere che ti ricordano quanto la vita può essere ricca di colpi di scena che riscaldano cuore e anima.

Non pianificare niente fa parte del nostro progetto, ce lo ripetiamo quasi come fosse un mantra, eppure quando hai così pochi giorni a disposizione tendi ad organizzare un minimo cosa poter vedere e così abbiamo fatto. Ciò che ci rimane da vedere è la Muraglia Cinese, almeno 4 ingressi ricercati tutti, però, con lo stesso comune denominatore: il costo eccessivo.

 

Perché quando si ricercano delle informazioni nessuno è mai troppo chiaro o sincero? E’ impossibile recarci lì e con un po’ di amarezza pensiamo che non è finita qui, non è il momento, vogliamo privilegiare più località possibili da vedere rispettando così il budget. Ritorniamo quindi nella mischia confondendoci tra di loro in questa città, immensa e affascinante.

 

I problemi di certo non mancano…l’inquinamento che incrementa l’uso delle mascherine da parte dei cittadini, i grattacieli che si fanno sempre più spazio distruggendo quel poco di antico che rimane, il sovraffollamento. D’altronde si parla di gestire un paese con più di un miliardo di abitanti!

 

Ad ogni angolo c’è qualcosa da vedere, in ogni angolo c’è un qualcosa per cui rimanere ammaliati, ed è strano come i cinesi guardino noi viaggiatori, turisti nel loro paese. Non ci negano mai un sorriso, qualche secondo speso a spulciarci da testa a piedi e poi eccoli, aperti e pronti a conoscerci, mossi dalla loro curiosità. Curiosità che non si ferma neanche dinanzi al problema della lingua, molti, infatti, parlano solo cinese ma questo non li abbatte ed ecco che tra gesti buffi e arrovellamenti linguistici ecco perdersi in colorite chiacchiere regalandoci altri indimenticabili momenti legati ad una città che ci ha rapito il cuore.

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