Bagan - Mindat con stop a Pakokku.

 

Circa 7-8 ore di terra e sabbia su uno dei pochi minivan che percorre la tratta giornalmente. Stipati zaini, borse della spesa, sacchi di riso e salutato tutti, ci accingiamo, insieme ai locali, a salire sul mezzo che ci porterà a Mindat, piccolo villaggio tra le montagne dello stato del Chin, una località aperta al turismo (zona della Birmania confinante con Bangladesh e India orientale) solo da un paio di anni a causa delle poche e impraticabili vie di comunicazione nonché carenza di strutture adeguate.

 

Le strade si fanno sempre più ripide tra sali scendi continui, la sabbia si incrementa così tanto da farti chiudere il finestrino impedendoti di respirare bene e, tra una curva e l’altra, non puoi non notare le molte donne, protette da cappello di paglia e velo in faccia, intente a costruire la strada tra catrame, sabbia e sassi.

 

Arrivati a destinazione veniamo scaricati dal bus di fronte all’unica guesthouse che porta il nome del monte più alto della Birmania meridionale, il Mount Victoria.

Monte che pulsa il cuore della cultura Chin. Le tribù che popolano questo stato sono tante, circa 52 ma quelle che hanno decisamente catturato la nostra attenzione sono quelle che gravitano intorno a Mindat, a Kampetlet e al Mt Victoria ovvero le donne dal volto tatuato appartenenti alle tribù Munn, Makan e Dine.

 

Tuttora mantengono le loro culture e le loro tradizioni dove la religione animista insieme a quella cristiana caratterizza l’80% della popolazione; i pochi sciamani rimasti, invece, celebrano riti propiziatori. I villaggi sono governati da un “Capo villaggio” dove generalmente è anche il capo famiglia.

Incuriositi da loro, dalle storie che si celano attorno a queste affascinanti tribù decidiamo di appoggiarci ad una persona del posto che ci guiderà per i villaggi rendendo più facile la comunicazione. Qui nessuno parla inglese, solo la lingua Kcho che è completamente differente dalla lingua birmana.

Dopo aver affrontato un pezzo di strada nuovamente tra curve e sali scendi e aver percorso un avventuroso ponte di legno – ricostruito dopo i monsoni – notiamo come il paesaggio dinanzi a noi cambia radicalmente.

La sabbia lascia lo spazio a colline ricoperte di vegetazione, ricca di piante di banano rendendolo un paesaggio da dipinto. Ti sembra di guardare un film di vita di campagna, un film che parla di vita, di vita che scorre lentamente, sempre uguale da millenni, dove il tempo è fermo, statico, immobile senza troppi rumori assordanti ma caratterizzato da risate e schiamazzi fanciulleschi.

Sono proprio quegli schiamazzi a richiamare la nostra attenzione: incrociamo un gruppo di bambini, sporchi di terra intenti a giocare con una piccola palla e dai loro occhioni scuri, colmi di curiosità ci soffermiamo cercando di entrare un po’ di più a contatto con loro.

Notiamo in primis la casa fatta di stuoie e bambù su palafitte. Una stanza comune dove la famiglia trascorre il tempo assieme e un tetto di foglie di palma per proteggergli il capo. Poi c’è lei. Questa bellissima mamma circondata dai suoi bambini, dal volto timido e quasi diffidente. Un volto che dopo qualche nostro sorriso e la nostra voglia di giocare con i bambini fa sciogliere i nervi e si distende regalandoci un dolce sorriso.

Notiamo come ogni centimetro della pelle del suo viso sia ricoperta da tante piccole mezze lune e piccoli tratti sul naso e sul mento, quasi come una tela che avvolge anche le sue palpebre e sopracciglia senza lasciare spazi liberi.

Dopo un paio di km a piedi arriviamo ad un altro villaggio dove ci fermiamo a fare un piccolo spuntino e ci accoglie subito quest’altra donna. Una donna completamente differente dalla prima, dal volto più duro, austero e fiero. Una donna intenta a sfumacchiare la sua pipa in pietra e legno, regalandole ancora più fascino grazie ai fumi di tabacco intorno al suo viso.

Quello stesso viso contornato da mezze lune alternate a tratteggi e ci spiega di come sia stata lei stessa a farseli. Ci perdiamo in risate, in risate causate dalla barba di Matteo, barba così strana e insolita per un ragazzo della sua età che qui in Birmania risulta curioso.

Le storie che spiegano e motivano il perché di questa pratica del tatuaggio sono tante e contrastanti tra di loro. In realtà sembra che questo uso risalga addirittura al periodo medioevale quando, come in altri paesi in Asia, era consuetudine che i reali potessero sposare chiunque volessero in qualsiasi momento.

 

Nell’antichità le donne Chin erano considerate bellissime e per questo erano molto desiderate dai “Principi”, principi che potevano presentarsi e prendere una ragazza in moglie per puro capriccio, senza alcun preavviso. Così, con l’intento di trovare una soluzione per proteggere le ragazze e allo stesso tempo a non causare danni alle famiglie, iniziarono a tatuare i volti delle bambine.

 

Il tatuaggio veniva disegnato sul volto delle bambine tra gli 11 e i 15 anni e, spesso, richiedeva un giorno per completarlo. Col tempo, però, questa tradizione da che doveva imbruttire le donne, fece l’opposto. I tatuaggi facciali diventano così a tutti gli effetti dei segni distintivi di bellezza per ogni donna Chin della vecchia generazione.

 

Difatti ogni zona dello stato Chin, tuttora, possiede un modello di tatuaggio che determina tribù e provenienza del villaggio: le donne Munn hanno il viso tatuato da una serie di piccoli anelli legati tra di loro che disposti a mezza luna partono dalle guance scendendo giù per il collo; le donne Dine hanno il viso occupato da centinaia di piccoli punti, mentre il tatuaggio sul volto delle donne Makan assomiglia più ad una ragnatela.

 

Questa pratica è stata abolita successivamente dal governo birmano dal 1961 e ora è in via di estinzione.

Gli ultimi tatuaggi che ritroviamo sulle donne Chin, appartengono alle anziane tra cui, insieme ad altre due dolci nonnine di 90 anni, ritroviamo Yaw Shan.

 

Yaw ha 92 anni e vive a Mindat. E’ allegra e molto attaccata alle sue tradizioni. E’ rimasta l’unica donna vivente a suonare il flauto con il naso, un po’ per volontà sua e un po’ perché la tradizione non è stata volutamente tramandata. Tuttavia, in precedenza, era una pratica diffusa nello stato Chin da parte delle donne che volevano dedicare una “serenata” al futuro marito, una sorta di iniziazione!

 

Siamo così fortunati che tutta contenta ed euforica della nostra visita, inizia a deliziarci con le sue armoniose suonate e notiamo con stupore di come renda così semplice e allo stesso tempo incantevole una pratica per niente facile.

E’ tutto magico. Nella loro piccola capanna, la luce filtra tra le imposte delicatamente illuminando il volto di Yaw e quello delle sue amiche, rivelando i volti contornati da bellissime rughe intrise d’inchiostro.

 

Appartengono alla tribù Makan, ridono e scherzano come vecchie amiche. Sono felici di avere qualcuno che le viene a far visita facendoci riassaporare la sensazione nostalgica delle visite ai nostri nonni.

 

E’ meraviglioso vedere come piccole condivisioni di vita possano colmare il cuore di persone dalle culture differenti dalle nostre. Non c’è barriera linguistica, tribù, ceto sociale che impedisca all’animo umano di connettersi, l’uno con l’altro.

  • White Facebook Icon
  • White Instagram Icon
About Us

Due puntini in mezzo al mondo con una voglia matta di tracciare linee infinite all'interno di esso.

 

Search by Tags

© 2023 by Going Places. Proudly created with Wix.com