Tra curve e saliscendi vari, un bel binomio per chi patisce la macchina, arriviamo finalmente al confine thai-birmano. Ci arriviamo grazie alla generosità di Mon (un vecchio amico di Matteo) che insieme a sua moglie e suo cugino, dopo averci ospitato una notte a Phrao, posto immerso nella natura a nord di Chiang Mai, e dopo averci accolto come parte integrante della famiglia, tristi e commossi li salutiamo pronti ad incamminarci verso questo nuovo paese che da sempre ci ha incuriositi e affascinato.

 

Un primo check al confine thai, un sorriso, un ‘sawddee ka’ e pronti al secondo check, stavolta quello birmano, subito dopo il ponte dell’amicizia.

 

Il sole ci scalda le spalle, gli zaini ben saldati l’uno con l’altro ci ricordano di quanto sono pesanti ma la nostra gioia è incontenibile e ci porta ad emozionarci e a salutare tutti, come dei piccoli bimbi venuti da poco a conoscenza del mondo.

 

Arrivati al secondo check point compiliamo un foglio, entriamo in una stanza dove tra sorrisi e ringraziamenti usciamo soddisfatti del settimo timbro e con un timido ‘mingalabar’, ancora stupiti di essere in Birmania, ci incamminiamo.

Tutto è strano, è diverso dai paesi sud est asiatici precedenti. Gli occhi delle persone sono diffidenti e intensi ma al contempo dolci così, dopo un sorriso iniziale, li vediamo contraccambiare. L’impatto è forte, non conosciamo nulla, vaghiamo per le strade con i nostri zaini giganti manco fossimo degli hamburger e sorridiamo, sorridiamo a tutti.

 

Camminiamo alla ricerca di una guesthouse, di un posto dove fermarci la notte qui a Myawaddy ma niente, nonostante i molteplici aiuti da parte delle persone, tra indicazioni e sorrisi comprensivi, non riusciamo a trovare niente di ciò che avevamo preventivato di fare. Km dopo km, in pieno incrocio tra motorini e risciò incontriamo una ragazza polacca incontrata prima al confine che ci dice che andrà a Hpa An, paese più sulla strada che va nella nostra ipotetica strada, a nord. E’ gentile e ci songilia di andare ad un paio di metri più distante dove un bus partirà a breve verso questo posto: coincidenza? Non lo sappiamo ma riusciamo a trovare subito i posti pronti così a sostenere il nostro primo viaggio di 4 ore attraverso questo paese sconosciuto ma allo stesso tempo affascinante.

 

Destinazione Hpa An!

 

Arriviamo di notte un po’ spossati, stanchi e affamati. Arriviamo nella stazione dei bus che dei bus non sembra proprio e vediamo subito pronti alcuni ragazzi pronti a darci il benvenuto o meglio, pronti a propinarci offerte su hotel e su taxi.

 

Con Kesia, la nostra nuova amica polacca, scegliamo di dividerci le spese così da risparmiare anche perché i prezzi rispetto al sud est asiatico sono completamente diversi.

 

Neanche ad un km di distanza troviamo una guest house da dividerci in tre dove passare la notte.

 

Nonostante sia buio, nonostante ci sia un approccio differente non abbiamo paura di circolare per le strade. Troviamo molte somiglianze con l’India, ritroviamo quegli sguardi intensi e curiosi, ritroviamo le immancabili chiazze rossastre per terra causate dal betel, (pianta masticata di continuo dai birmani e dagli stessi indiani) ritroviamo i sorrisi trasmessi dai loro occhi, quei sorrisi che scaldano il cuore.

Quegli stessi sorrisi che ritroviamo negli occhi dei monaci che incontriamo passeggiando a Hpa An. Tra motorini che sfrecciano all’impazzata, strade dismesse ritroviamo molti templi buddisti tra cui spicca maggiormente così da catturare la nostra attenzione il Thayet Tan Monastery.

 

Un monastero che somiglia più ad una scuola, con le porte aperte a tutti dove è impossibile non notare i giovani monaci intenti ad occupare le ore della giornata nelle loro consuete abitudini. Percorriamo a piedi nudi le strade che conducono a molteplici ingressi al monastero, seguendo con lo sguardo il tessuto color amaranto dei giovani monaci dalle teste rasate.

 

Proviamo a comunicare in inglese, gli porgiamo la mano anche se scopriamo in un secondo momento che le donne non possono stare nei pressi dei monaci secondo le loro tradizioni. Fortunatamente Matteo con il suo fare gentile e amichevole si fa spazio e si lascia invitare dai monaci, seguendoli a ruota. Ci scrutano con lo sguardo, sorridono; è evidente che la loro curiosità li sta divorando, è la stessa curiosità che spinge noi a conoscerli.

 

Per conoscerli scegliamo di rimanere in silenzio, li osserviamo da lontano e a volte più da vicino, seguiamo le loro abitudini, dal lavare i vestiti allo spazzare la sala comune o ancora al preparare il cibo per tutti loro. E ci sentiamo accolti, timidamente camminiamo in punta di piedi nel loro mondo in modo tale da non contaminarlo e sorprendentemente veniamo ricambiati dai loro sorrisi, dalle loro mani giunte e il capo chino nel salutarci, nella loro gestualità che ci invita a gironzolare tranquillamente in quella che è la loro Casa.

Pensiamo a come decenni di isolamento e all’iniziale apertura al turismo abbia generato quasi come una forma di timidezza, di “ansia” restia comprensibile alla modernità che cerca di avanzare e farsi spazio in un paese che è intriso di spiritualità, spiritualità che dilaga e viene percepita ovunque, in ogni metro di terra sulla quale camminiamo. Una spiritualità che ritroviamo anche nei pressi del lago che caratterizza questa piccola cittadina.

 

Un lago che trasmette tranquillità, trasmette momenti romantici per le giovani coppie intente a passeggiare sul ponte; un lago che, insieme alle sfumature colorate nel cielo, contribuiscono a incorniciare questa cittadina rendendola piacevole ed indimenticabile.

Ripartiamo alla volta di Kyaiktyo o meglio in direzione Kimput, un piccolo villaggio non poco distante dalla Golden Rock, terzo luogo più famoso per il pellegrinaggio in tutta la Birmania.

 

Il bello di potersi recare autonomamente verso questi posti, tra contrattazioni con gli autisti e piacevoli chiacchierate con i locali, ti permette di godere di piccole abitudini, differenti dalle nostre. Le sensazioni che ci accompagnano sono familiari a quelle provate in India come il riconoscere i loro colorati longyi, come i continui sguardi curiosi e intensi, come i timidi sorrisi a cui contraccambi di continuo quasi da causarti una paralisi facciale. E sorridi, sorride anche al papà seduto dietro di te che tiene amorevolmente la sua bimba tra le braccia.

Approdati a Kimput, desiderosi di vedere il tramonto e poter immortalare qualche momento ci dirigiamo verso i camioncini che, colmi di almeno un centinaio di persone su delle panche strettissime, risalgono la collina. La stazione è gremita da una folla che cerca di saltare sul primo camioncino disponibile, senza ne ordine ne fila ne nessun senso logico.

 

Il camion finalmente parte, sale tra i tornanti, i passeggeri, noi compresi, urlano in coro, si aggrappano alle barre di metallo per rimanere fermi in curva o rimbalzando sui dossi terreni. Ti senti inevitabilmente come sulle montagne russe e divertiti, arriviamo in cima dove iniziamo a scorgere il fiume di pellegrini. Insieme a loro, a piedi scalzi, iniziamo ad incamminarci fino alla roccia.

 

Con stupore e meraviglia scopriamo un luogo dove spiritualità e natura si fondono grazie all’odore di incenso che aleggia nell’aria, grazie ai molti pellegrini che, seduti a gambe incrociate e ad occhi chiusi pregano. La natura circonda questo posto senza invaderla ma soltanto incorniciandola.

Un luogo dove puoi percepire e captare l’energia. Questo è ciò che regala la Pagoda Kyaiktyo quando la si va a vedere per la prima volta e per tutte le volte a seguire (a detta dei pellegrini birmani che la visitano ogni anno sperando in un po’ di fortuna).

 

E’ conosciuta anche col nome di Goden Rock ed è il terzo più importante luogo di pellegrinaggio buddhista della Birmania.

 

E’ una “piccola” stupa alta poco più di 7 metri costruita sulla sommità di un masso ricoperto da molteplici strati di foglie d’oro attaccate da uomini devoti ogni anno, provenienti da ogni parte della Birmania e dal resto del mondo.

 

Secondo la leggenda la roccia si troverebbe in un precario equilibrio al di sopra di una ciocca di capelli di Buddha. Ed è proprio essa a mantenere in equilibrio la roccia! Tutte le strutture costruite attorno ad essa si trovano sulla cima del monte Kyaiktyo, e da molte parti si dice che basti una visita a questo luogo per intraprendere il cammino buddhista.

Non è solo questo che cattura la nostra attenzione. Verso il ritorno scorgiamo dei ragazzi intenti a giocare. Gruppi di ragazzi intenti a palleggiare con una palla di vimini, in cerchio o disposti a squadre con solo una rete a separarli.

 

Agli occhi di tutti risulta come il classico calcio-tennis ma la palla da colpire è nettamente più piccola della classica e la rete assomiglia di più a quella da pallavolo.

 

La fisicità dei ragazzi e la loro eleganza nel colpire la pelle rendono lo spettacolo ancora più affascinante.

 

Scopriamo come questo sport prende il nome di Chinlone ed è il loro sport nazionale. Uno sport che nasce più di 1500 anni fa come forma d’intrattenimento nei confronti della famiglia reale, mescolando la danza con le arti marziali birmane, arrivando a colpire la palla nella maniera più elegante e maestosa possibile.

 

Il nostro giro purtroppo va a concludersi all’arrivo del camioncino nuovamente pronto a scendere per la collina, a velocità inaudita con il nostro immenso divertimento facendoci tornare piccoli e spensierati, con solo una grande voglia di scoprire cosa ci attenderà nei giorni a seguire.

Da Kimput prendiamo un bus che ci porta in direzione Lago Inle facendoci spendere un paio d’ore a Bago. Scegliamo di perderci un po’ nel traffico urbano che contraddistingue le città un po’ più grandi e la nostra attenzione viene nuovamente catturata dagli schiamazzi e dai saluti di alcuni bambini.

 

Un paio di scalini più tardi ed eccoci tuffati in un’altra realtà, più povera, più sporca. Una realtà che contraddistingue tutti i paesi poveri, non da meno qui in Birmania che al contempo, però, è ricca d’umanità.

 

Ogni mamma, uomo e soprattutto questi meravigliosi bambini non perdono un attimo del loro tempo a tempestarci di domande un po’ in birmano e un po’ in inglese, stringendoci la mano. I loro sorrisi così contagiosi, la loro euforia così divampante ci fa perdere il senso del tempo. Tutto è perfetto e ridiamo, ridiamo di gusto di fronte a questa spontaneità. A questa voglia di condivisione quasi da contribuire ad una semi “paralisi facciale” dovuta dai continui sorrisi.

 

Piano piano subentrano nella nostra quotidianità, scavano solchi nel nostro cuore, arricchiscono e colmano la nostra anima rendendo più difficile il salutarsi. Riprendiamo così il nostro percorso alla volta del Lago Inle.

Qui gli abitanti del posto vivono maggiormente sul Lago dove per anni e anni hanno costruito le proprie case e i propri monumenti sopra l’acqua.

 

Ed è così che decidiamo di noleggiare una barchetta o meglio una gondola di legno a motore, insieme alla nostra guida di nome Sam.

 

Il villaggio non si trova proprio sul lago e per arrivarci dobbiamo percorrere i molteplici canali che si diramano quasi come se fossero delle venature.

 

Si rivela un microcosmo rimasto ancora integro, non contaminato dal turismo di massa, surreale e incantato.

 

Vedere gli uomini, in qualsiasi ora del giorno, navigare con un piede su una piccola canoa è sicuramente diventata una loro caratteristica attirando visitatori da ogni parte del globo.

Ciò che ci ha colpito, però, è stata la genuinità dei loro gesti nel comunicarci e nel mostrarci ciò che fanno, giorno dopo giorno, ora dopo ora; dalla rimozione delle alghe e muschio mantenendo così il lago pulito, all’agilità che hanno nel remare con un piede solo e caspita… è davvero difficilissimo!

 

Anche se la profondità varia tra i 200 e i 400 metri, gli abitanti sono riusciti ad inventare questa particolarissima tecnica di cultura, presente solo qui, al Lago Inle. La terra che emerge dal lago dove sono piantate le verdure, è una massa di alghe, fango, terra e vegetali di ogni genere pressate e fissate con dei pali.

 

Sopra di esse gli abitanti seminano, coltivano e pagaiano tra i filari per curare minuziosamente il raccolto. Ci mostrano attimi di quotidianità di vita. Vediamo imbarcazioni cariche di merci dirette ai mercati più vicini, gondole leggermente più grandi con bambini che vanno a scuola, gli anziani che felici e divertiti ti salutano, contadini ammaliati come noi da tutta questa armonia.  

Vediamo le donne con i figli sulla riva del lago intente a lavare i propri panni, scambiando qualche timido ma dolcissimo sorriso. Ed è qui che tocchiamo finalmente con i piedi a terra e ci addentriamo nella fitta vegetazione che circonda questa bellissima Stupas Galore, un complesso di piccole stupe.

 

L’energia che aleggia su questo posto è palpabile, gironzoliamo silenziosamente rapiti da come il tempo non sembra aver contaminato questo posto rendendolo meraviglioso e allo stesso tempo delicato, quasi fosse una bomboniera di cristallo pronta a frantumarsi in mille pezzi. Ed è meraviglioso.

 

Proviamo a scattare delle foto senza contaminare troppo questo posto, rimaniamo a bocca aperta davanti ad uno spettacolo simile. Notiamo i bonzi che circolano per le stupe, li notiamo raccogliersi negli anfratti d’ombra intenti a pregare, a riversare loro stessi in questo culto così imprescindibile. Cerchiamo di cogliere la bellezza, i loro volti, gli scorci curiosi. Inevitabilmente ci sentiamo come a casa, potremo davvero rimanere qui a lungo, questo posto riflette il nostro stato d’animo: tranquillo e pacifico.

Bagan. Grazie ai libri di Tiziano Terzani e in particolare "Un indovino mi disse" dove descrisse Bagan così bene da causarci notevole curiosità, ritroviamo nelle sue parole la verità. “Ci sono viste al mondo dinanzi alle quali uno si sente fiero di appartenere alla razza umana: Bagan all’alba è una di queste.”

 

Bagan infatti, oltre ad essere un’opera architettonica straordinaria e anche il principale centro culturale dell’intera regione, vanta anche numerose scuole di filosofia. Tutt’oggi rimangono in piedi solo 2200 monumenti, molti dei quali si possono visitare come l’Ananda Patho.

Alcune delle pagode si possono inoltre scalare ed è sopra una di esse che riconosciamo la tangibilità delle parole di Terzani.

 

Quando ti svegli la mattina presto, prestissimo per andare a vedere l’alba e ad assistere alle mongolfiere che piano piano prendono quota nel cielo librandosi come tanti piccoli palloncini ai tuoi occhi, non sai che non sarà mai come te lo aspetti.

 

Imbardati tra sciarpe e golf (perché incredibilmente la mattina qui fa fresco) ti accingi a recarti nel posto dove è possibile ammirare silenziosamente questa immagine.

 

Sei al buio, con la torcia illumini quei pochi scalini da percorrere, riponendo prima le scarpe in un angolo, arrampicandoti e aiutandoti con le mani e poi, finalmente arrivi.

 

Sei lì, nel mezzo del silenzio più assoluto, con la natura incontaminata a fare da cornice e con i canti armoniosi dei birmani che regalano una splendida colonna sonora in attesa dell’imminente alba.

 

Quando inizi a vedere colorare il cielo prima da toni più freddi come il blu per poi scaldarsi e prendere le sfumature del giallo avvicinandosi al calore dell’arancio inizi ad intravederle, vedi librare colorate mongolfiere che piroettano coreograficamente nell’aria.

 

Ed è uno spettacolo meraviglioso, ti toglie il fiato e ti lascia senza parole rendendo quelle che erano le tue aspettative iniziali, ancora più belle. A volte basta davvero poco per essere felici.

Felici come a Mindat. Ci rechiamo nel punto da dove l’avventura emozionale e magica si fa notare grazie all’imminente Chin Festival, un festival nazionale che ogni anno si ripete (articolo a parte riguardante questa splendida esperienza).

 

Ribadire il concetto che la Birmania possa lasciare senza parole oramai è scontato per noi. Rapisce il cuore. Gli occhi che scrutano, la voglia di sapere dei suoi abitanti, la continua gentilezza e cordialità, il loro vivere dignitosamente nonostante la vita così difficile e complicata, dovuta a rigide riforme democratiche, brutali repressioni nei confronti della popolazione e delle diverse etnie, li rende, tuttavia, affascinanti.

Consapevoli del fatto che sono loro, le persone, a definire il loro paese rendendosi in prima persona il cuore pulsante della Birmania, nonché gli artefici dello scavo profondo procuratoci nei nostri cuori.

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