Immersi nel Nord della Mongolia tra Sciamani e Reindeer Tribe.

Una decina di km asfaltati e subito dopo..sterrato, buche, fossi. Oh no, un vero incubo! Previsione? 10-12 ore di pullmino per circa 200 km: destinazione Lake Khuuvsgul. Lo scenario è pazzesco, distese di terra, mandrie di pecore, capre, cavalli il tutto contornato dalla neve che inizia a scendere fitta colorando di bianco l’ambiente circostante. Qualche risata e parola incomprensibile, siamo tutti intenti a reggerci per non sbattere la testa sulle lamiere o incrinare le ossa martoriate dai continui scossoni.

 

La nostra meta non si vede ancora. Fuori solo la neve, il buio, il nulla a parte una casupola di legno dove i nostri compagni di viaggio ingurgitano the e cibo prima di rimettere piede nel pullmino. Coraggiosi loro e forte il loro stomaco!

Raggiunto nella notte incolumi e stanchi il nostro ostello, riposiamo un paio di ore prima di affrontare il reale viaggio tanto ricercato.

"Uda" addestratore e cavallerizzo ci fa salire sulle moto per giungere alla sua Gher per fare conoscenza con i  cavalli che ci accompagneranno lungo questa tratta.

 

La sua Gher (Yurt in turco o Yurta in russo) è la loro tradizionale abitazione. La struttura ci appare particolare e unica. Costruita per resistere a piogge, venti forti e inverni rigidi, composta da materiali ricavabili da animali (feltro e cuoio) e con il legno solo se indispensabile. Uda ci fa entrare,  e rimaniamo incantati dal suo interno semplice ma essenziale. Delle piccole cassapanche colorate, i letti uniti l’uno dietro l’altro senza il bisogno di dividere la stanza, sgabelli, un guardaroba, una dispensa, qualche pelle di volpe appesa tra un mestolo e l’altro.

 

Una piccola lampadina collegata ai cavi della batteria della macchina fornisce luce nelle giornate più buie, l’acqua corrente non esiste e il bagno.. a volte non c’è, quindi devi infrattarti da qualche parte o con un po’ di fortuna puoi trovare una casetta di legno con un buco per terra.

Lontano dalla frenesia di tutti i giorni riscopriamo il piacere della semplicità e ritroviamo  un senso di serenità e libertà in contatto con la natura, con lui, la moglie e i loro due piccoli e svegli bambini che rompono subito il ghiaccio mostrandoci grandi sorrisi e incuriosendoci con un tipico gioco mongolo simile alla gara di cavalli. Per giocare si utilizzano le ossa della colonna vertebrale della pecora utilizzandoli come dadi. Dopo aver perso clamorosamente contro di loro, gustiamo il pranzo preparato con tanto amore e cura accompagnato da una tazza di the caldo.. Pranzo o merenda o cena  puer che sia assaporato tra un sorriso e l’altro.

Dobbiamo avere tante energie per il trekking a cavallo. Nel corso degli ultimi vent’anni avevo cavalcato solo una volta durante una gita scolastica e Matteo neanche una. Dopo un tutorial di un minuto e mezzo dove Uda ci spiega come tenere le redini per far procedere il cavallo a destra e a sinistra e come farlo trottare in avanti battendo le gambe sui lati del corpo esordendo con un Chou-Chou e poi farlo frenare tirando le redini. Facile no? T’incanti così tanto quando li vedi raffigurati nei film, maestosi e possenti cavalcati da questi bellissimi personaggi nella maniera più disinvolta possibile ed invece…NO! Che fatica e che male al fondo schiena!

 

Poi alzi lo sguardo e di fronte a te hai l’infinito paesaggio, praterie, la luce del sole che filtra attraverso gli alberi rendendo tutto magicamente perfetto.

Dopo due ore di cavalcata eccoci arrivati da Lui "Nergui"

Nergui è uno sciamano. Conosciuto tramite la nostra host Tugsu e il nostro prezioso horse-man Uda.

Ci introduciamo cautamente e rispettosamente nella sua dimora accolti da una tenera nonnina, sua moglie. Offerto il primo giro di Airag (latte fermentato, salato diluito con il the e leggermente alcolico) ci chiede chi siamo e inizia a prepararsi.  Da una logora valigia sfila il vestito e il tamburo,  iniziando a picchiettare con una zampa di qualche ignoto animale sopra il tamburo, aumentandone la tensione e fumandosi una sigaretta.

Accelerando e rallentando, il suono si propaga all’interno di questa piccola e angusta casa di legno.  E’ avvolgente e surreale, ne siamo talmente rapiti che rimaniamo immobili godendoci un momento unico e irripetibile. E’ sconcertante come una persona a te sconosciuta, grazie a qualche mistica danza e al suono di uno strumento a te così familiare ma suonato con un fare totalmente estraneo riesca a suscitare così tante emozioni da avvertire un’ondata di vibrante energia. Posati gli strumenti e levatosi l’abito, ecco che Nergui si accinge a prendere un ramoscello di ginepro: ci spiega (a parole sue) che dovrà bruciarlo per richiamare gli spiriti e noi lo dobbiamo inspirare per trarne benefici e fortuna per i nostri prossimi tre anni.

 

Che strano però. Non gli avevamo accennato che saremmo stati così a lungo in viaggio! Magia? Empatia? Coincidenza o semplicemente fortuna? Non lo vogliamo sapere, ci godiamo il momento con lui sorseggiando Vodka e scambiandoci sorrisi e abbracci come se fossimo vecchi amici. E’ proprio vero che questo paese è sinonimo di misticismo e spiritualità. Si possono ritrovare diverse etnie che praticano lo sciamanesimo e credono in tre concetti fondamentali. Il primo è che il mondo è vivo, le piante, gli animali, le rocce e l’acqua hanno degli spiriti e devono essere rispettati, donando quindi protezione ed equilibrio. Il secondo punto è la responsabilità personale. Gli shamani mongoli credono nel concetto chiamato “bujan” molto vicino al karma. Il terzo concetto è l’equilibrio. Esso è importante per mantenere armonia dentro se stessi, comunità e ambiente.

Il nostro percorso ahimè deve continuare e lo scenario che ci attende è incantevole: foreste fitte e affascinanti dove i colori caldi dell’autunno ci accompagnano lasciando spazio a distese di praterie innevate e a tratti ghiacciati dove, con i cavalli, incontriamo la nostra prima difficoltà. Fortunatamente l’energia e l’ostinazione non ci mancano e così, nonostante il freddo inizi a pungere i nostri volti, giungiamo finalmente alla tanto attesa e sospirata “Reindeer tribe”. Tre tende piazzate qua e la sulla neve fresca fanno capolino in questa desolata area della Mongolia del nord dove solo le renne la fanno da padrone. Queste abitazioni secolari sono a tutti gli effetti Yurts o Tepee tipiche dei Dukha, conosciuti meglio come “Reindeer people” che  vivono grazie all'allevamento  delle renne.

Qui tutto ruota intorno a loro: la carne, il latte, il formaggio vengono prodotti da questi animali. Questo stile di vita, gli inverni rigidi e il lavorare continuamente sotto il sole porta i nomadi ad avere la pelle più scura e un fisico apparentemente più anziano. Lo spirito energico, la felicità e la gioia non scompare mai dai loro volti. Ci sono circa 44 famiglie ( 200-400 persone) che riescono a sopravvivere senza turismo ma senza rinunciare a performance, a corse sulle renne e piccoli oggetti vendibili. La connessione che hanno con la natura e con gli animali mantiene la loro cultura fuori dalla modernità che dilaga sempre di più.  La sera notiamo come le renne rientrano dal pascolo e ogni nomade raggruppa le proprie per poi legarle a dei paletti nei pressi della propria tenda.

 

Noi entriamo subito  alla ricerca di un bel fuoco per riscaldarci e fare conoscenza. Qui è consuetudine sedersi intorno al fuoco e condividere con loro l’airag ,una zuppa di ravioli ripieni di carne di renna. I loro volti sono così dolci e stupiti da questi nuovi compagni di tenda e provano a comunicare con noi anche se con scarso risultato.

 

La cena e la pancia piena causano subito sonnolenza e dopo aver raccolto sacchi a pelo, pelle di pecora e qualche coperta donata dagli stessi nomadi, andiamo a dormire infagottati e felici sapendo che un’esperienza del genere rimarrà impressa nel nostro cuore per sempre.

La mattina seguente, ancora insonnoliti e svegliati da un piccolo spiraglio di luce solare, facciamo caso all’abitazione. Nessuno di loro vive in maniera agiata: un pannello solare per la luce, un camino al centro della tenda fatta a sua volta di pelle e 2 mq di pavimento coperto da carta da parati e qualche coperta. Nessun tavolo, nessuna sedia, un telefono collegato ad una batteria della macchina e solo loro seduti a gambe incrociate soddisfatti di quel poco che hanno.

 

E’ stato fantastico aver potuto apprezzare e gioire di questa esperienza nonostante dura e difficile da concepire e vivere. Si ha davvero bisogno di tanto materialismo per apprezzare la vita? Dopo averli conosciuti, per noi non è stato così, e se già eravamo usciti dalla confort zone, questi attimi vissuti lo hanno solo che confermato.

 

Purtroppo è tempo di riprendere la strada del ritorno e con un po’ di malinconia saliamo sui nostri cavalli salutando i nostri nuovi amici con la consapevolezza che non li dimenticheremo tanto facilmente.

Sei ore di cavalcata sembrano essere più facili inizialmente e dopo aver ripreso confidenza con i cavalli ripercorriamo steppe interminabili e maestose foreste. Il tempo trascorre così in fretta che non ci sembra vero aver potuto compiere tutto questo in così pochi giorni. Il freddo pungente si fa sentire. Terminiamo la cavalcata e leghiamo  i cavalli al palo vicino alla gher di Uda, riponiamo i nostri zaini nel fuoristrada che ci riporterà a Moron.

 

La preparazione mentale è in atto: altre 10-12 ore di guida su strade non proprio agibili. Ci attende nuovamente un mondo aperto a chiunque passi, non importa chi sia o da dove venga nè  che lingua parli. Basta fermarsi sulla strada sterrata, piena di dossi e fosse (profonde mezzo metro) dove i sentieri non esistono e l’autista si muove seguendo quasi un filo invisibile. Riesce a percorrere ponti di legno traballanti , guadare fiumiciattoli ghiacciati tastati prima dai loro stessi piedi che ci porta a pensare: “ma davvero comparano il peso del corpo a quello di un fuoristrada?”

Divertiti e increduli continuiamo a percorrere queste tremende e tortuose strade segnalate dai solchi delle macchine o moto precedentemente passate e pensiamo che questo paese si è rivelato magnifico.

 

Solitamente quando pensi alla Mongolia ti vengono in mente i racconti delle conquiste da parte di Gengis Khan e dei suoi valorosi guerrieri e poi c’è il deserto, la steppa, le colline, le montagne innevate. Un paese composto da polvere, paesaggi infiniti, un silenzio immenso dove gli orizzonti sembrano allargarsi senza fine.

 

Il nostro driver sulla strada si ferma all’improvviso alla vista di un Oovoo, una piramide di pietre e ossa di animale con, al centro, un palo di legno fasciato dai veli azzurri. Sono pile votive caratteristiche della religione sciamanica, posti sulle alture lungo le piste più trafficate e importanti.

Lo vediamo, insieme al suo amico, invocare la protezione di queste potenze donando dei sassi, contribuendo così alla crescita dell’Oovoo verso il cielo. Tre giri completi in senso orario intorno ad esso e si fa ritorno sulla strada.

Questa strada così tortuosa ma così affascinante e ricca di chissà quali altre storie.

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