Thailandia del Nord: Tra natura e spiritualità.

Ed è così che, dopo aver superato il confine cambogiano-thailandese dopo ore spese in dogana e altrettante ore passate nel traffico urbano, decidiamo di trascorrere un paio di giorni a Bangkok alla ricerca della Turtle House, la casa abitata da Tiziano Terzani, celebre giornalista e scrittore italiano, tra il 1990 e il 1995.

 

Ritagliamo del tempo anche per gli imponenti templi che la caratterizzano come quelli del Wat Arun, affacciati sulla destra del fiume Chao Phraya nel quartiere di Thonburi.

Qui, il prang centrale ovvero la guglia simboleggia il monte Meru che nella cosmologia induista rappresenta il centro dell’universo. Le torri, invece, rappresentano i quattro continenti e sono dedicate al dio dei venti.

La costruzione è imponente, il tutto è adornato da migliaia di piccoli pezzi di porcellana multicolore. Su ognuno dei lati della grande guglia ci sono delle scale di accesso alle due terrazze che recingono la torre per intero. Il sole fa la sua parte illuminando e donando una lucentezza meravigliosa caricandola di energia.

 

Non ci facciamo scappare neanche il Wat Pho o tempio del Buddha sdraiato che si trova nei pressi del grande Palazzo Reale. Oltre che per la sua disarmante bellezza è famoso per essere il luogo dove è nata la prima scuola di massaggio thailandese.

 

All’interno del complesso non possiamo non notare le migliaia di immagini e statue dedicate a Buddha e la più famosa, il Buddha sdraiato, (rivestito d’oro mentre invece gli occhi e i piedi sono decorati con la madreperla) una delle opere più grandi esistenti in Thailandia.

Non mancano nei quattro angoli del cortile, all’esterno del tempio, quattro pagode di marmo bianco dove si possono trovare delle statue in rame rivestite d’oro i quali rappresentano delle divinità protettrici chiamate Catulokapala.

Si respira silenzio e rispetto, i turisti non mancano ma ciò non perde di spiritualità e devozione che puoi ritrovare in ogni angolo del tempio tra incensi, inchini e offerte.

 

Tuttavia, le giornate in città si fanno pesanti a causa del caldo umido e dell’inquinamento così decidiamo di abbandonare il quartiere nelle vicinanze della battutissima Khao San Road per dirigerci a nord della Thailandia che, confinante con Laos e Birmania, è da sempre conosciuta per le meravigliose montagne ricoperte da foreste e popolate da tribù di ogni genere, a sua volta dotata di propria cultura e lingua.

La nostra prima tappa è Chiang Rai.

Un viaggio durato circa 14 ore in bus e un’altrettanta ora passata alla ricerca di un posto dove passare la notte, ritroviamo magicamente una piccola guest-house immersa nel verde tra vicoli stretti e alberi rigogliosi che spuntano orgogliosamente dalle mura di cemento.

Troviamo con piacere una simpatica e dolcissima signora che, insieme al suo gatto e al suo buffissimo carlino di nome Meta, ci danno una meravigliosa accoglienza facendoci sentire a casa. La casa è piccola e familiare e con circa 5 euro in due riusciamo a godere anche dell’utilizzo della cucina per prepararci the e caffè e soprattutto, approfittare del bellissimo cortile immerso nel verde tra panchine di legno e piccoli ma dettagliati altari dove ogni mattina, la nostra padrona di casa si accinge a portare in dono fiori e frutta ringraziando gli dei.

 

L’atmosfera è magica ed elettrizzante così decidiamo di scoprire autonomamente cosa ci riserva questa piccola cittadina. Con l’aiuto di un tuk tuk driver andiamo in lungo e in largo per i confini della città dove si ergono numerosi templi.

La prima tappa è la Black House o Baan Dam creata dal controverso artista thai Thawan Duchanee. E’ un complesso di case in legno, verniciate interamente di nero, in parte adibito come museo ( dove non mancano oggetti di ogni tipo in legno, scheletri di animali di ogni misura, corni, pelli di coccodrillo e quant’altro) e in parte un vero e proprio studio a cielo aperto dove lo stesso artista lavorò e visse qui fino alla sua morte avvenuta nel 2014.

 

Le case circostanti sono circa una quarantina sparse qua e là su un curatissimo giardino con stagno. Le case, purtroppo, non sono visitabili ma dalle vetrate si possono scorgere dettagli abbastanza macabri e lugubri. L’aria che si respira all’interno è satura di misticismo, di arte che traspira da ogni opera dell’artista dove notiamo come il suo ego e la sua personalità venga fuori quasi come un’elevazione verso la perfezione.

Tutto è curato nei minimi dettagli, non c’è niente fuori posto anzi tutto segue un filo logico che a primo impatto ti fa riflettere sul fatto che solo una persona dalla spiccata personalità e carattere avrebbe potuto dar vita ad un tempio del genere.

L’artista non a caso è stato uno degli esponenti più famosi della Thailandia e in Asia.

 

E’ riuscito a sviluppare uno stile unico usando esclusivamente le tonalità nero e rosso, basandosi solo su stili di arte buddista tradizionale così da esplorare quell’oscurità in agguato all'interno di umanità. Le sue immagini agli inizi della sua carriera hanno scioccato molte persone che le hanno ritenute blasfeme per via della religione buddhista. Tuttavia, molti esponenti ed intellettuali thailandesi hanno sostenuto il suo lavoro fino alla fine guadagnando un’onorevole reputazione in tutto il mondo come artista contemporaneo thai.

Dieci-quindici km più distanti ci dirigiamo verso il memorabile White Temple o Wat Rong Khun, un meraviglioso e luccicante tempio, questa volta però tutto bianco.

Grazie alla meravigliosa giornata, i raggi del sole filtrano e sbattono contro gli innumerevoli specchi che ricoprono il tempio donando maggiore lucentezza.

 

E’ stato creato recentemente, verso il 1997, da Chalermchai Kositpipat, un artista eclettico, diventato architetto e famoso in Thailandia per la sua creatività.

È interamente bianco, colore riferito alla purezza del Buddha dove tutte le sculture e le strutture del tempio hanno un significato simbolico che vuole far riflettere sugli insegnamenti buddhisti: lo stesso ponte che conduce all’ingresso, simboleggia il passaggio dal mondo delle tentazioni, al regno del Buddha e quindi alla liberazione, meglio conosciuta come Nirvana.

 

Ricaricati energicamente da due diversissimi templi capiamo come sia arrivato il momento di perderci finalmente nella natura che circonda Chiang Rai.

L’intento di prendere nuovamente un tuk tuk per spostarsi ci sembra la soluzione più sensata soprattutto se chi lo guida è un simpatico signore bello in carne che ad ogni pit stop tra una risata e l’altra si ferma per uno spuntino dichiarandolo ufficialmente come miglior driver di questo viaggio in Thailandia.

Passiamo dal Buddha Bianco, un Buddha enorme piantato su una collinetta immersa nel verde situata ai confini di Chiang Rai dove solamente a vederlo ti viene il torcicollo, ad un’area immersa nel verde di Ban Ruammit, zona popolata dai Karen, una delle tribù thai, dove purtroppo risiedono neanche una decina di elefanti.

Uso il termine purtroppo perché questi elefanti vengono strumentalizzati con l’intento di “passeggiare” tra salite e discese con a bordo turisti di ogni tipo e stazza.

Lo troviamo paradossale. Paradossale perché a volte noi stessi riusciamo a vedere negli animali qualcosa di sacro e trascendentale. Forse sono questi gli unici casi in cui siamo capaci di scorgere la loro reale natura. Forse intravediamo, solo per un istante, un piccolo frammento del disegno divino. Proprio l'elefante in Thailandia viene considerato come un animale sacro ma non per via di poteri o significati occulti che gli vengono attribuiti ma perchè è stato parte integrante del processo di costruzione e avanzamento del paese.

 

Una volta con l'aiuto dell'elefante l'uomo ha potuto costruire città, trasportare beni e materiali, coprire lunghe distanze nei viaggi. Ed è proprio Erawan, il dio elefante della cultura indù che viene rappresentato come un elefante bianco a tre teste incaricato di trasportare sul proprio dorso il Dio Indra, signore della folgore e padrone del temporale. Erawan è il re della propria specie, guerriero valoroso e devoto servitore del bene, creatore delle nubi e delle piogge in quanto capace di vaporizzare nell'aria l'acqua che aspira con le lunghe proboscidi. 

 

E ora? Ora sono prettamente destinati al turismo. A malincuore li accarezziamo, scorgendo allo stesso tempo i loro occhietti tristi che con timore ci guardano e non possiamo fare altro se non dargli qualche banana e continuare il percorso sperando che un giorno questo possa finire.

Seguiamo strade a caso, senza una precisa rotta immergendoci nella natura incontaminata dove spuntano campi di piante di ananas e alberi di banano, meravigliandoci di come tutto ciò cresca indisturbato e serenamente lontano dal caos urbano che oramai sta avanzando sempre più prepotentemente.

 

Ed è con la stessa facilità con cui ci perdiamo che dopo ore di cammino spunta un pick up che gentilmente ci offre di caricarci e portarci al villaggio più vicino. Tra dossi e saltoni, tra risate e immersioni mentali dove ci sentiamo come dei bambini in gita, scendiamo in un villaggio che, a primo impatto sembra disabitato. Le case sono tutte in legno e in bambù, sono dettagliate e curate. I ciottoli di legno trovano spazio vicino alle assi di legno che circondano le abitazioni come previdenza per il freddo notturno e i cani randagi difendono tra un’annusata e una carezza le loro proprietà.

 

Sembra essersi fermato tutto. Sembra di essere nel passato. Le vecchie ma ben tenute palafitte, i vecchi macchinari ancora tutti in legno per arare i terreni. Le simpatiche nonnine che continuano a tessere lentamente e con una pace interiore ancora con gli antichi telai meravigliose future stoffe che serviranno per vestire i figli, i nipoti.

Li vedi, sereni e tranquilli, senza paura. Incuriositi da questi stranieri che in punta di piedi circolano per le loro abitazioni alla ricerca di un dettaglio intrappolato dal tempo saturo di meraviglia e autenticità. E lo riconosci nuovamente: il sorriso.

 

Quel sorriso che ti scalda il cuore e non ti abbandona più. Quel sorriso che ti arriva spontaneamente dalla nonnina, dal contadino impegnato a lavorare, dalla mamma intenta ad allattare il figlio e dallo stesso driver che, nonostante tu te ne sia andato in giro in lungo e in largo per le campagne thailandesi, è lì che ti aspetta sorridente e contento di scambiare quelle due parole e un pasto insieme.

Non molto distante da Chiang Rai si trova Pai, un piccolo villaggio immerso nelle montagne ma per raggiungerlo dobbiamo fare un giro a noi poco comprensibile.

Tornati a Chiang Mai nel giro di tre ore, nella stazione dei bus andiamo a comprare il biglietto per il pullmino che ci porterà lì per altre tre ore.

 

Tra salite e molteplici curve (per l’esattezza 1864) che anche chi non soffre di nausea sicuramente patirebbe, arriviamo a Pai, un villaggio di montagna, dove la cultura thai, perfettamente radicata, si mischia ai colori e alle usanze di vecchi hippie occidentali.

Il centro è frequentato da tutte le tipologie di persone, dai cinesi in vacanza, ai gruppi di backpackers francesi, tedeschi, australiani e agli hippie che tra vestiti anni 60, lunghi dreads e piedi scalzi offrono le loro creazioni artigianali lungo la strada denominata Walking Street.

 

Il nostro intento, tuttavia, ci porta a ricercare un posto più tranquillo, lontano dal caos e dalla musica dove ci rifugiamo per ricaricare le pile.

Finiamo al The Place Of Tranquillity, una piacevole guest-house immersa nella natura, tra galli mattinieri che si fanno sentire la mattina e la brezza pomeridiana che ti coccola e culla sull’amaca in giardino.

Pai Landscape.

La natura incontaminata che circonda il villaggio, con le sue orchidee che crescono in ogni singolo anfratto di terra, pure sugli alberi e le sue terre coltivate da sorridenti contadini che continuano il loro tran tran quotidiano per niente disturbati da ciò che li circonda, dona all’area un clima piacevole in cui trascorrere del tempo.

 

Gli alberi di teak, i boschetti di torreggianti bambù, macchie di palme e banani sembrano abbracciare questa valle. Sono innumerevoli i rigagnoli d’acqua che si trovano durante le passeggiate all’interno del bosco, e il camminare a piedi nudi oramai diventa una vera abitudine. La luce filtra tra le foglie che prendono ogni tipo di sfumatura regalando delle immagini meravigliose ai tuoi occhi, come se fossi immerso in un dipinto.

Per non parlare del piccolo canyon che contraddistingue Pai. A 8 km dal centro, raggiungibile tranquillamente a piedi o in scooter, si trova questo piccolo canyon (noi vi consigliamo di andare verso la mattina o il pomeriggio per evitare le ore infuocate dal caldo).

 

Lo scenario toglie il fiato ed è impressionante. Non ti aspetteresti mai uno panorama del genere solo poco dietro delle colline. L’area offre un panorama a 360° regalando meravigliose albe e tramonti. Ci si può sedere sia su una delle panchine ombreggiate o salendo i pochi gradini si possono ammirare le creste di gigantesche pareti rocciose, le montagne circostanti e una popolazione di alberi di teak, arbusti e altra flora.

 

Questa zona è unica ed è stata formata da un’erosione continua per decenni fino a raggiungere le condizioni attuali. Le sporgenze e le lastre strette scolpite che sono sopravvissute alle azioni erosive hanno ripide scogliere ad una altezza di circa 30 metri e una serie di passaggi stretti e sabbiosi tagliati sulle creste che serpeggiano nella valle altamente boscosa.

 

La passeggiata regala adrenalina e stupore. Si possono scalare liberamente rocce di ogni genere e allo stesso tempo avventurarti tanto lontano nel canyon ma ovviamente con una buona dose di consapevolezza.

 

Dove le piste si restringono non c’è nulla in termini di sicurezza, nessuna barra, quindi procedere con calma e senza fretta è un buon consiglio oltre anche ad indossare delle buone scarpe da ginnastica e non infradito!

In mezzo ai boschi che circondano questa piccola valle, tra le curve e i piccoli altarini con statue dedicate a Shiva e Ganesh, ecco una scala abbastanza ripida composta da 300 scalini. La luce del sole, soprattutto dopo pranzo scalda ancora e illumina il Buddha completamente bianco che scorgi solo alzando la testa al cielo.

 

300 scalini che percorri, uno dopo l’altro, alternando il respiro ad un momento di pausa in cui ti giri e riesci a notare la valle dall’alto, sommersa dalla natura. Quando arrivi finalmente in cima il paesaggio che ti si presenta davanti è un qualcosa che toglie il fiato: davanti a te hai questo immenso Buddha a gambe incrociate, rigorosamente nella posizione del loto con gli occhi semi chiusi, attento nel guardarti. Giri intorno e puoi scorgere negli anfratti d’ombra dei piccoli altarini con incensi lasciati lì a bruciare in segno di qualche richiesta verso gli dei.

 

Ti siedi su uno dei tanti scalini e hai di fronte a te tutto il panorama naturale con le sue colline, le piccole abitazioni immerse negli alberi di banano e vedi scorgere qualche bambù. Tutto questo a solo due km a piedi dal centro di Pai. Ti accorgi di come sia vitale poter staccare dal flusso di persone e goderti tranquillità e pace che solo la natura sa offrirti nella sua più completa autenticità e semplicità.

Piccole oasi di pace come le sorgenti naturali di acqua calda, anch’esse non molto distanti dalla valle. Tra una curva e l’altra e tra saliscendi vertiginosi che anche in motorino fatichi a superare (così da ridurti a spingerlo su queste ripide salite) entri nel National Park di Pai dove pagando 20bath per l’entrata ti addentri in uno scenario incantevole: la giungla ti divora, le palme ombreggiano sui lati dandoti piacevoli sensazioni di refrigerio arrivando finalmente in queste isolate e per niente battute sorgenti d’acqua calda. Le bollicine e il lento fumare dell’acqua calda stuzzicherebbe chiunque con l’intento di buttarsi dentro.

 

Detto fatto, trovato un posticino per lasciare vestiti e zaini e subito eccoci a farci coccolare da questa meravigliosa vasca gigante d’acqua calda con i raggi del sole puntati sul viso intenti a scaldarti ancora di più. La felicità è tanta, non riusciamo più a contenerla. Sarà l’emozione, sarà il paesaggio incontaminato, sarà che siamo praticamente gli unici (insieme ad un’altra coppia) dentro queste pozze d’acqua che ci dimentichiamo di tutto il resto, chiudendo gli occhi e isolandoci, lasciandoci avvolgere completamente dalla natura, oramai nostra dichiarata amica.

  • White Facebook Icon
  • White Instagram Icon
About Us

Due puntini in mezzo al mondo con una voglia matta di tracciare linee infinite all'interno di esso.

 

Search by Tags

© 2023 by Going Places. Proudly created with Wix.com