Yogyakarta, isola di Java. Nascosto dietro una grande moschea in una delle tante strade trafficate a Yogyakarta, si trova Al Fatah Pesantren, l’unica accademia musulmana per le persone transgender nel mondo.

 

La fondatrice di questo ritrovo pacifico è Shinta Ratri.

Shinta ha 56 anni, nata e cresciuta all’interno del villaggio che racchiude la comunità, l’ha fondata nel 2008 con altre donne transgender. Ha vissuto come donna Waria, un termine che è una combinazione di due parole indonesiane: wanita, che significa donna, e pria, che significa uomo. Un termine che indica l’essere transgender e che le esclude dalle opportunità di lavoro costringendole a vivere ai margini della società.

 

In Indonesia, dove il 90% della popolazione pratica il musulmanesimo, l’identificazione come transgender diventa molto complessa. Difatti le Waria hanno poche opportunità di culto, poiché la loro sfida alla rigida categorizzazione di genere sfida le opinioni musulmane altamente conservatrici.

Per questo motivo Shinta ha creato uno spazio in cui le Waria possono incontrarsi e pregare, lontano da discriminazioni, persecuzioni e violenze.

“E’ un luogo in cui poter pregare insieme, per conoscere e studiare l’Islam” dice Shinta sorridendo e aggiustandosi delicatamente il velo intorno al viso. “Tutti i Waria di questa comunità si sentivano a disagio a pregare nelle moschee pubbliche, continuamente sotto giudizio, e quindi ho pensato che sarebbe stato meglio per tutti quanti stare insieme qui anziché stare sedute da sole nelle nostre case, con le mille domande che affollano i nostri animi.”

 

La vita di Shinta fortunatamente è stata contornata da emozioni positive che hanno sottolineato la sua bellezza personale. All’età di 11 anni comprende come il suo corpo da uomo non riflette la sua anima da donna. La sua numerosa famiglia accetta da subito il cambiamento e ogni venerdì la madre le impartisce lezioni private così da apprendere il Corano, in modo tale da non escluderla dalla comunità musulmana.

 

Purtroppo, però, per altre Waria non è stato così. Venendo a mancare l’accettazione, una parte molto fondamentale nel loro divenire transgender, molte di loro sono state allontanate dalla famiglia, la stessa che invocava la religione chiedendosi il perché di questo fardello, isolandole spiritualmente ed economicamente. Infatti, essendo lasciate allo sbando, l’unica maniera per guadagnarsi da vivere è ridursi a mendicare, a improvvisarsi come ballerine in spettacoli a dir poco audaci, a ricorrere a prestazioni sessuali dove accidentalmente vengono a contrarre malattie come l’HIV, azioni che hanno messo a dura prova la loro fede. Anche affrontare difficoltà estreme come la chirurgia di riassegnazione sessuale le mette a dura prova: spesso è troppo costosa e di conseguenza i Waria conservano i propri organi riproduttivi maschili. I pochi, invece, che possono permettersi un'operazione hanno il seno fatto, mentre altri affrontano una pratica dolorosa e poco sana, dove il silicone viene forzato direttamente sotto la pelle da medici a dir poco abilitati e perseguiti dalla stessa polizia.

 

 

“Molte di loro all’inizio venivano da me chiedendomi se le prestazioni sessuali fossero vietate dall’Islam” dice lentamente Shinta, accendendosi una sigaretta. “L’unica mia spiegazione è stata di dire loro che se l’atto sessuale era onesto e che, quindi, quei soldi guadagnati non venivano usati per danneggiare delle persone ma per vivere pacificamente una vita migliore, allora quelle azioni sarebbero state accettate agli occhi di Dio. Questo era il mio unico modo per calmare le loro paure e solidificare la loro fede” conclude orgogliosamente Shinta.

 

Dopo aver preso parte alla L.G.B.T, un’organizzazione che dal 1982 tutela e difende le lesbiche, gay, bisessuali e transgender, Shinta conosce il suo insegnante di Corano: in quell’occasione si sente protetta e incoraggiata da quel momento, con l’aiuto di altri amici, concepisce come una comunità simile sarebbe potuta diventare un porto sicuro per tutti quelli discriminati perseguiti con atti di violenza.

Per questo nel 2008 fonda la comunità-scuola Pesantren Al Fatah. I circa 40 studenti della scuola sono per lo più di mezza età: hanno perso la tradizionale educazione islamica perché espulsi da casa in età adolescenziale. Gli obbiettivi di fondo della scuola sono di fornire in primis un luogo di culto per le donne transgender e al contempo insegnare a leggere il Corano, essendo molti di loro analfabeti. Ogni domenica sera si riuniscono per pregare insieme e poi si domandano come dovrebbero interpretare i problemi della vita secondo l’Islam. “Dobbiamo educare il popolo su chi sono le Waria e dobbiamo farci sentire dal governo affinchè riconosca che abbiamo pari diritti” ribadisce Shinta.

Sebbene alcuni transgender indonesiani siano riusciti a far sì che lo stato li riconosca, la legge invece non offre alcuna protezione contro le discriminazioni e le molestie sul posto di lavoro. Molti di loro raccontano di come sono stati licenziati all’istante dopo aver espresso la verità sulla loro identità di genere, costringendoli a buttarsi in altri “settori” come la prostituzione.

 

Tuttavia i loro continui sforzi sono stati sostenuti dai leader progressisti musulmani che abbracciano la scuola come simbolo di tolleranza dal momento che esiste la preoccupazione che la tradizione islamica tollerante dell’Indonesia venga intaccata da forme più dottrinali di Islam derivate dal Medio Oriente.

Anche persone come Musdah Mulia, un eminente teologo femminista e presidente della Conferenza Indonesiana su religione e pace (organizzazione che promuove la tolleranza religiosa) afferma come sia giusto persuadere gli indonesiani che le donne transgender, così come L.G.B.T, non sono per forza peccatori e disadattati.

 

Nonostante i tentativi da parte del governo di cercare di sabotare e criminalizzare l’omosessualità, di perseguire i waria, la scuola continua ad esistere e a rimanere un punto d’incontro e d’accoglienza in cui potersi sentire liberi di essere se stessi. La stessa cultura giavanese è molto aperta e tollerante su queste questioni, essendo gli stessi giavanesi già introdotti alle donne transgender ben prima che arrivasse l’Islam. E la stessa Shinta, che indossa un gamis tradizionale – un abito indossato da donne musulmane osservanti – e un foulard, per molti aspetti incarna quella tensione del tollerante conservatorismo.

 

Persone come lei o come Yunisara, 50 anni, ex impiegata che funge da segretaria all’interno della scuola e vive nella comunità da un anno.

La gente mi guardava di continuo in moschea. E’ difficile concentrarsi sulle preghiere quando le persone ti fissano di continuo o si rifiutano di sedersi vicino a te” dice amareggiata Yuni. Da 18 anni è riuscita a cambiare identità sessuale e dopo esser riuscita a farsi accettare dalla famiglia e ad accettarsi di conseguenza, si sente protetta e accolta da parte della comunità di Al Fatah.

 

Situazione analoga è quella di Nureenu, 49 anni. Accettata dall’inizio da parte della famiglia, inizia a comprendere la sua nuova bellezza interiore a soli 12 anni, arrivando vestita da bambina a scuola innescando critiche e sgridate da parte della maestra. “Per sentirmi più bella e più donna sono ricorsa all’iniezioni di silicone, pratica illegale e molto pericolosa. Molte persone muoiono per questo tipo di operazione ma io ce l’ho fatta” confessa Nureenu sorridendo.

 

Sono persone comuni, persone come tante altre che hanno come sogno più grande quello di essere accettate dalla comunità, trovare un lavoro degno di essere tale e sentirsi libere, libere di vivere la loro bellezza collaterale.

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Il progetto fotografico vuole evidenziare la dualità tra la fede e l’essere transgender. La fede musulmana così radicata e fortemente intrinseca nei loro animi e nelle loro concezioni mentali; dall’altro lato l’essere transgender ed essere accettati come tali, comporta diverse discriminazioni e critiche in un contesto sociale non ancora pronto al 100%.

Da qui le foto rappresentate in coppia esprimono l’essenza più pura del loro essere, soprattutto nella loro intimità quotidiana, in contrapposizione alla loro seconda identità appartenente alla religione musulmana.

 

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